Caro amore mio,

ricordo ancora quel giorno in cui ho scoperto che tu saresti entrata nella mia vita: era mattina, prestissimo, mi sono alzata emozionata e speranzosa come un bambino la mattina di Natale. Non era il 25 dicembre, ma quel giorno ho ricevuto il regalo più bello; due lineette. Il cuore batteva a mille e il volto non riusciva a smettere di sorridere.

Passavano le settimane e tu crescevi dentro di me. La sera sul divano, ti accarezzavo, ti parlavo e ti raccontavo il mondo qua fuori.

Passavano le settimane ma tu non crescevi più coi giusti ritmi. E la sera sul divano le nostre chiacchierate diminuirono, perché la paura si stava mettendo in mezzo a noi, prepotentemente.

I controlli si fecero sempre più ravvicinati e come un giradischi rotto mi sentivo ripetere “Sarà un neonato prematuro”. “Cosa vuol dire prematuro?” – mi chiedevo con nervosismo – “Cosa ho sbagliato?”. Impotenza, incapacità, colpevolezza; erano questi i sentimenti che mi hanno investito come un treno in corsa e come se io da sola mi fossi messa in mezzo ai binari.

Era il 30 gennaio e tu eri piccolissima, troppo piccola quando i dottori decisero che non c’era più tempo da perdere e che saresti dovuta nascere. “Deve nascere!”. “Deve nascere!”. “Deve nascere!”. Ridonanti e noiose suonavano quelle parole, che in quel momento nelle mia testa apparivano più simili al frinire dei grilli alla fine di una giornata estiva in campagna.

Il tempo è come se si fosse fermato e lo spazio si era fatto sempre più stretto. Mi mancava il respiro, avevo paura. “Non può nascere!”, mi imputavo con fare dispotico. “E non nascerà ora”. Era troppo presto, mancavano ancora diverse settimane e tu eri piccolissima.

Era il 30 gennaio ed erano le 13:30 quando hanno iniziato le tecniche farmacologiche per indurmi il parto. In quel momento, tutto attorno a me non aveva più senso, perché ancora una volta, e con un’ arroganza aggressiva, sono tornati sovrani quei sentimenti: impotenza, incapacità, colpevolezza. Non sapevo cosa volesse dire essere mamma di una bambina, figuriamoci mamma di una bambina prematura. Mamma si nasce nel momento in cui scopri che l’amore più grande del mondo sta crescendo dentro di te, e io come mamma mi sentivo di aver già fallito. E come potevo credere adesso di riuscire a essere una buona mamma per te?

Erano le 3 del mattino del 31 gennaio, hai iniziato a farti sentire. Alle 5:45, la dilatazione era completa e mi spostarono in sala parto. Di colpo l’ansia, la paura e il dolore scomparirono. Esistevi solo tu. E avrei fatto di tutto per farti stare bene e per proteggerti… da ora e per tutta la tua vita.

Erano le 6:35 del 31 gennaio 2017 e sei nata: mi hai regalato il sorriso più grande e io farò di tutto affinché la vita ti sorrida sempre. Fin da subito hai fatto capire di che pasta sei fatta e hai lanciato un urlo fortissimo, come a voler dire “Qua comando io!”.

Ti ho potuto tenere pochi minuti in braccio e ti ho tenuto stretta al mio petto. Eri piccolissima amore mio, ma eri già tutto il mio mondo!

Dopo circa 5 minuti, ti hanno dovuto portar via e ti hanno trasferito nel reparto di Terapia Intensiva Neonatale.

Dopo un paio di ore dal parto sono tornata in camera, ma tu non c’eri. Dovevo abituarmi perché non ci saresti stata. Ma quanto era difficile!

La ragazza accanto a me aveva il suo piccolo che dormiva al lato del letto e io no. Avevo da un lato la poltrona e dall’altro il comodino. Gli teneva la mano, lo prendeva in braccio, lo baciava. Io? Io no, di nuovo. Io avevo degli orari per venire da te: sei volte al giorno per trenta minuti. Io venivo da te e dai piccoli oblò dell’incubatrice ti tenevo la mano e ti accarezzavo il piedino.

Lo ammetto, amore mio. Ero gelosa marcia e invidiosa della mamma accanto a me. Non perché il suo bambino avesse qualcosa in più a te. Ma perché lei lo aveva con sé e io no; io avevo orari stabiliti da terze persone per stare con te, mia figlia. Già il giorno dopo il tran tran per venire da te era ormai instaurato in me come se fosse da sempre una routine quotidiana della mia vita.

Arrivavo sempre dieci minuti in anticipo con la speranza che mi aprissero la porta un pochino prima così da poter stare insieme anche cinque minuti di più. E ogni volta che dovevo andare via, la rabbia mi saliva; ti volevo portare via con me, volevo iniziare a vivere la nostra vita insieme. Invece tornavo a casa e non c’eri ne nella mia pancia, ne nel letto e tanto meno nella culla accanto a me.

Tu stavi andando alla grande, amore mio: stavi crescendo e reagivi benissimo a tutti gli stimoli ed esami. Così, dopo qualche giorno dalla tua nascita, posso prenderti in braccio per la prima volta. Ricordo come se fosse ora l’amore che ho provato. Non era amore, era qualcosa oltre e più potente: era la tua magia!

Da lì, la strada è stata in discesa: ti hanno tolta dall’incubatrice e ti hanno messa nella culla riscaldata. Ti ho potuto cambiare per la prima volta il pannolino, ti ho vestita per la prima volta, ti ho dato da mangiare per la prima volta. Siamo cresciute insieme!

A 2,3 kg sei finalmente uscita dall’Ospedale e abbiamo iniziato la nostra avventura insieme.

Piccolo amore mio, piccolo piccolo ma grande come una montagna, insegnami ad avere la tua stessa forza, la tua stessa caparbietà e la tua stessa voglia di vivere combattendo con quei curiosi e bellissimi occhi come due rotelle di liquirizia!

Oggi hai quasi tre anni, sei alta 90cm, hai un mucchio di capelli neri, due occhioni neri e vispi con le guanciotte sorridenti e sei pronta a conquistare il mondo! E tranquilla che mamma sarà sempre accanto a te!